San Giovanni Battista

L’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni Gerosolimitano, oggi conosciuto come Ordine dei Cavalieri e delle Dame di Malta fu fondato a Gerusalemme nel 1048, con lo scopo di difendere la fede cristiana e offrire ospitalità ai pellegrini che si recavano in Terra Santa. Nel 1113, Papa Pasquale II pose l’ospedale di San Giovanni, sotto la tutela della Santa Sede, concedendogli il diritto di eleggere liberamente i propri capi: in questo modo, l’Ospedale divenne Ordine e tutti i Cavalieri dell’Ordine erano religiosi legati dai tre voti monastici di povertà, castità e obbedienza. Al ramo maschile, si affiancò ben presto una componente femminile di suore che, dopo la perdita di Gerusalemme riconquistata dal Saladino nel 1187, si rifugio in Europa.

Secondo alcune fonti, furono i conti Trasmundi di Penne ad invitare le Dame dell’Ordine a stabilirsi in città, donando loro rendite e terreni. Vi era quindi un primitivo convento, unica sede dell’Ordine in tutto l’Abruzzo già nel XIII secolo presso l’ospedale di san Nicola de Ferratis, all’interno del cosiddetto Borgonuovo Sant’Antonio: era una propaggine cittadina posta al di fuori delle mura, andata del tutto distrutta nel 1436 dal Caldora durante la guerra tra Angioini e Aragonesi. Dopo questi terribili avvenimenti, le suore superstiti si rifugiarono in città e nel 1523, ottennero dal Gran Priore dell’Ordine, risiedente a Capua, la possibilità di costruire il monastero e l’attuale chiesa, poi trasformata in forme barocche durante la seconda metà del Seicento.

Il primitivo edificio, di cui rimane la facciata con linee tipologiche del tardo rinascimento, fu ristrutturato per volontà della Priora Maria Anna Lanuti di Chieti e le opere murarie si conclusero nel 1700, come attesta l’iscrizione incisa sullo stemma dell’Ordine, posto sul portale d’ingresso: Tempore prioratus sororis Mariae A(n)nae Lanuti. 1700. Le carte d’archivio elencano i nomi dei mastri muratori che condussero i lavori: Giovanni Bossi, Francesco Augustone e Donato Augustone, appartenenti a maestranze lombardo-ticinesi che giunsero in Abruzzo tra il XVII e il XVIII secolo. Non si hanno certezze sull’identità del progettista, che potrebbe identificarsi con il lombardo Giovan Battista Gianni, attivo in altri importanti cantieri locali, tra cui quello della vicina chiesa di san Domenico, nonché autore degli stucchi presenti nella stessa chiesa. Lo spazio della chiesa in effetti, si presenta plasmato in unione con l’apparato decorativo che attraverso paraste, cartigli, elementi pittorici e scultorei, ne scandisce l’articolazione, denotando le scelte di un’unica mente progettuale.

La chiesa presenta un impianto a croce greca cupolata con tre cappelle; il lato verso l’ingresso è preceduto da un ambiente voltato a botte, terminante con altre due cappelle laterali, e da un vestibolo. Il progetto, in sostanza, si presenta come una variazione sul tema della pianta centrale, così come appare esemplificata nelle cappelle Sistina e Paolina della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Nella chiesa di Penne, l’elemento innovativo è costituito dall’allungamento del braccio longitudinale tramite l’inserimento di un vano, che media il passaggio tra lo spazio centralizzato della cupola e l’elegante cantoria della controfacciata. Il linguaggio del Gianni si rivela, quindi, maturo e innovativo, anche se ancora legato a schemi architettonici tardo-cinquecenteschi, individuabili anche nella scansione della facciata: preceduta da una scalinata, presenta due cornici marcapiano e un doppio ordine di paraste distanziate e sovrapposte, coronate da un timpano. Si caratterizza, inoltre, per tre grandi finestroni rettangolari e per il portale centrale lunettato, affiancato da due stelle di Malta che riprendono quella riportata nello stemma posto in alto, già menzionato in precedenza.

Le decorazioni in stucco furono realizzate dal ticinese Gianbattista Gianni e sono oggi una importante testimonianza della scuola lombarda in Abruzzo, di cui Gianni fu il principale rappresentante. I santi, gli angeli e le composizioni floreali, che costituiscono l’apparato decorativo di S. Giovanni Battista, aulica espressione del barocco abruzzese, per le loro forme plastiche ed i giochi d’ombre, trovano riferimenti nella cultura romana del 600 ed in modo particolare nelle sculture del Bernini e nei dipinti del Baciccio. Oltre agli stucchi sono di particolare interesse gli affreschi settecenteschi del locale Giovanni Della Valle ed il pavimento in mosaico di scuola veneziana, commissionato dalla priora Maria Raffaella Costanzo di Chieti, eseguito dal Sellarini nel 1849.
Gli altari erano ornati da tele di importanti pittori che oggi si ammirano presso il Museo Civico Diocesano di Penne: Samberlotti, il veneziano Zanchi, il Gamba. Nello stesso Museo sono conservate altre tele seicentesche, provenienti sempre da S. Giovanni Battista, raffiguranti Santi e Beati dell’Ordine di Malta.

La decorazione del san Giovanni Battista è considerata l’opera più riuscita del Gianni e fu, certamente, una delle sue più grandi occasioni: l’Ordine di Malta, infatti, si caratterizzava per una forte impronta nobiliare che avrebbe potuto comportare nuove proposte di lavoro, anche al di fuori dell’Abruzzo. A tal proposito, è emblematico constatare come le suore più facoltose contribuirono economicamente alla realizzazione dei lavori, tanto da ottenere l’inserimento degli stemmi di famiglia presso gli altari e la facoltà di scegliere le coppie di santi che li ornano (sant’Orsola e santa Caterina d’Alessandria; santa Lucia e santa Margherita da Cortona; san Biagio e san Liborio).

La pavimentazione della chiesa, in buona parte occultata da rifacimenti, risalente al XIX secolo, come attesta l’iscrizione che contiene anche il nome della committente: MARIA RAPHAEL COSTANZO PRIORISSA A TEATE A.D. MDCCCXLIX. Il partito geometrico a triangoli rosa, bianchi e neri, collocato dopo l’ingresso, è un pavimento o “terrazzo” alla veneziana, confezionato con una tecnica di antichissima origine: perfezionata ed esportata nel mondo dalle popolazioni friulane, consiste nella semina di un granulato variopinto, misto a scagliette di marmo e ciottoli fluviali di diversa granulometria, eseguita su una base stratificata di mattoni, coppi macinati o pietrisco e polvere di marmo, mescolati a calce spenta. È soprattutto la disposizione ordinata della semina a determinare la qualità del lavoro: si comincia dagli elementi più grandi fino via, via a chiudere tutti gli spazi con il pietrisco più fine. L’autore, è Giovanni Pellarin, nativo di Sequals, che nel 1848 lasciò il Lombardo Veneto, agitato dalle lotte risorgimentali, per emigrare in Abruzzo, dove portò a termine diverse commissioni, tra cui quella di questa bellissima chiesa.

Quando nel 1922 il convento divenne sede del Regio Istituto delle Arti e dei Mestieri, ormai da tempo le monache, le cavalleirsse di Malta, non dimoravano più tra quelle celle e la chiesa, restaurata dall’Ordine di Malta dopo la seconda guerra mondiale, non fu più dedita al culto nei primi anni 60 del secolo scorso.

Scendeva così l’oblio e la polvere del tempo su un luogo che era stata fucìna di spiritualità e di cultura, punto di riferimento della devozione popolare e “antro misterico” dell’immaginario collettivo. I santi e gli angeli di stucco si svegliarono improvvisamente la sera del 15 gennaio 1987 quando un incendio riportò bagliori di luce nella chiesa, ma le fiamme rovinarono parte delle decorazioni e ciò che rimaneva degli arredi.

Oggi, la chiesa è chiusa al culto, anche se utilizzata per manifestazioni culturali; pur se già interessata al rifacimento del manto di copertura in tempi recenti, necessiterebbe di alcuni lavori di restauro interno.